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Fonte: articolo di Michael Braun pubblicato su Internazionale
Caro Michael, grazie veramente per questo articolo... Finalmente qualcuno che riesce a dar l'idea di cosa sia effettivamente Alcatraz fuori dalle etichette di comune o setta di matti...
Grazie e auguri
Jacopo Fo
23 giugno 2012 - 07.10
“Quando diciamo che si pranza all’una, allora all’una in punto il pranzo deve essere servito. Non all’una e dieci, e neppure all’una e cinque. Odio aspettare, odio fare aspettare le persone”. Tono deciso, frasi brevi, messaggio chiaro: si presenta con piglio prussiano Jacopo Fo quando parla degli orari della sua Libera università di Alcatraz.
Ma niente paura. Alcatraz non è una caserma né una galera. Tutti i commensali intorno ai lunghi tavoli hanno un’aria rilassatissima e anche Jacopo Fo è perfettamente rilassato mentre smangiucchia insalata, formaggi e ravanelli. Qualcuno degli ospiti in mattinata ha partecipato a un corso di disegno, qualcun altro si è immerso nella piscina calda per sottoporsi ad un massaggio watsu o ha fatto una passeggiata nel giardino di pietra, pieno di sculture a volte liberamente ispirate a Niki de Saint Phalle, opera di Jacopo Fo, della sua compagna Nora Albanese o di suo padre Dario. Ma a pranzo arriva anche una comitiva di quaranta pensionati di Perugia, per niente spaventati dall’aura alternativa di Alcatraz.
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